Daniele D'Ambrosio PH

Book Fotografico

Luglio 5, 2020

Skholé

Scuola MEDIA 19XX/2008

Skholé

L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale. È grazie all’educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione. Non ciò che ci viene dato, ma la capacità di valorizzare al meglio ciò che abbiamo, è ciò che distingue una persona dall’altra.

Nelson Mandela




Degli spazi sacri, ecco cosa dovrebbero essere tutte le scuole del mondo, compresa quella che ho avuto la fortuna di visitare.
Uno spazio dove imparare la gioia di sé, dove costruire un’identità originale e sana, dove superare le frustrazioni e saper accettare la realtà.
Un mondo dove gli insegnanti, come delle ostetriche, praticando l’arte della Maieutica tanto cara a Socrate, fanno emergere le peculiarità proprie di ognuno, ovvero quelle caratteristiche che rendono ogni bambino unico ed irripetibile.
Educare…Educere… “portare fuori”.

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Un concetto molto diverso da quello di “istruire”, che sta a significare “introdurre” nella mente dell’alunno nozioni, che provenendo dal di fuori, sono slegate dalla sua interiorità e da ciò che, seppur in germe, è già presente in lui.
M’immagino queste aule, che oggi vedo degradate, disastrate, con pochi e malridotti suppellettili, prendere vita grazie alla vivacità giocosa di bimbi che, iniziando un percorso di crescita, transiteranno dall’infanzia all’adolescenza.
La partita di ogni individuo si gioca tutta qui, in questa fase di grande trasformazione e grande fragilità…tutto cambia, nulla resta com’è, tutto è da rifare, da rivedere.
Chi sono io? Cosa voglio essere? Queste le domande fondamentali che ci si pone…si distruggono convinzioni, si costruiscono nuovi schemi, che accompagneranno ognuno di loro per tutto il cammino della dell’esistenza.
E allora penso a quegli insegnanti che seduti dietro queste cattedre, ora impolverate e disordinate, hanno dovuto più volte ascoltare e consolare queste anime preziose, cercando di infondere loro un senso di protezione e cura, base essenziale per “incontrarsi”.
Le ante aperte degli armadietti in legno nei corridoi mi permettono di guardare al loro interno e di vedere libri, moltissimi libri, ingialliti, impolverati, strappati, macchiati irreparabilmente, che immobili occupano il loro posto nel caos.
E chissà se in questa scuola si imparava giocando…i bambini d’altronde sanno che il gioco è la cosa più seria del modo!
Il gioco permette di divertirsi.
“Volgersi altrove”, ecco il significato più vero di questa parola. Un verbo di movimento che sposta in avanti, che permette di lasciare il porto sicuro per dirigersi in un luogo inesplorato, nuovo, dove la mente si apre a infinite possibilità e soluzioni.
Camminando, arrivo in prossimità dell’ennesima stanza, il mio sguardo si ferma ad osservare la porta, sulla quale sono fissate, con delle puntine, cartoline di saluti dai più disparati posti nel mondo.
Quanta vita dietro ognuna di loro!
Bisognerebbe inserire la voce “Viaggiare” tra le materie obbligatorie!

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Per associazione di idee, ricordo l’etimologia greca della parola scuola, ovvero “vacanza”, “tempo libero dal lavoro”.
Quindi un “tempo vuoto”, l’otium romano, che creando spazio dentro di noi, permette l’affiorare di idee creative e divergenti, se si ha l’intelligenza di riempirlo di sapienza e bellezza.
Faccio qualche altro passo ed ho netta la sensazione di trovarmi in una scuola che rifiutava la staticità, dando valore al corpo attraverso la ginnastica.
Deduco tutto questo dalla presenza di una quantità notevole di coppe, di ogni altezza e forma, che brillano di luce propria e che si impongono alla vista.
Più in là, ai lati di un registratore, compare la testa di una statua greca e così tutto torna, tutto si ricongiunge, con un filo invisibile, ma perennemente presente, che parte da lontano fino ad arrivare ai nostri tempi.




Foto: Daniele D'Ambrosio

Testo: Sonia Navelli